Una vittoria del buon senso e della inoppugnabilità dei dati.

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Per la prima volta nella storia di Influnet, il sistema di sorveglianza dell’influenza stagionale del Ministero della Salute-Istituto Superiore di Sanità, a pag. 5 del Rapporto N.10 del 8 gennaio 2020, che presenta i dati della prima settimana del 2020, la dicitura che correda la presentazione dei dati è: “Nella prima settimana del 2020 la curva epidemica delle sindromi simil-influenzali è ripresa a salire”. Non più sindromi influenzali, dunque, com’era sempre stato, ma sindromi simil-influenzali. Tradotto: sindromi che sembrano influenza ma non lo sono o che, quantomeno, potrebbero non esserlo. Un’ammissione ormai non più rimandabile. Una implicita ammissione delle massime autorità sanitarie italiane circa la ben minore diffusione dell’influenza stagionale di quella sempre denunciata che ha tardato fin troppo ad arrivare, generando confusioni, allarmi, profilassi inutili quando non proprio dannose.

Spieghiamoci. Ad oggi il Ministero della Salute denuncia 3.451.000 casi di influenza stagionale 2019-2020. Ma dei 7.864 tamponi orofaringei presi, come recita a pag.10 il “Protocollo operativo della sorveglianza epidemiologica e virologica”, da influenzati nella “fase acuta della malattia”, ovvero in presenza del “rialzo febbrile”, appena 1.035, il 13 per cento dei campioni, hanno rivelato la presenza di virus influenzali, gli altri 6.829, l’87 per cento dei campioni, no, nessuna presenza di virus influenzali. Ma se appena il 13 per cento dei tamponi presi in casi che dovrebbero essere sicuramente influenzali (presenza della febbre, fase acuta della malattia, rialzo febbrile) è positivo, quale potrà mai essere la proporzione di positivi ai virus influenzali nel complesso dei casi diagnosticati come di influenza in molti dei quali manca non già il rialzo febbrile ma la febbre stessa? Senz’altro meno del 10 per cento.

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Foto di Luisella Planeta Leoni da Pixabay

nsomma, l’influenza stagionale è responsabile, ad oggi, di non più di 300-400 mila casi dei 3,45 milioni di casi diagnosticati come casi di influenza. Gli altri oltre 3 milioni di casi non sono casi di influenza stagionale ma di malattie stagionali dell’apparato respiratorio. È un fatto, non un’ipotesi. Vero che inoltrandoci nella stagione influenzale e aumentando i casi la proporzione dei positivi ai virus influenzali tende a salire, ma i veri influenzati restano una stretta minoranza dei diagnosticati come tali, senz’altro non più di uno ogni 4-5 casi.

Ed è per queste ragioni ch’è finalmente apparsa la dicitura, che avrebbe dovuto essere messa in chiaro già dall’inizio di questa rilevazione, anni e anni fa, “casi di simil-influenza”.

Ma non siamo che all’inizio di questa battaglia per la verità che non è fine a se stessa perché mira a una più corretta profilassi di influenza-polmoniti-malattie invernali, finora affrontate scommettendo tutto sul vaccino antinfluenzale, col risultato che di anno in anno sono aumentati i casi di influenza, di polmoniti, di malattie delle vie respiratorie e delle morti ad esse associate. Infatti, subito dopo aver parlato di “sindromi simil-influenzali” lo stesso Rapporto Epidemiologico N.10 del 8 gennaio 2020 riprende tranquillamente a parlare di “sindromi influenzali”, senza mostrare di cogliere la contraddizione. Il fatto è che, per quanto anche i controlli sui tamponi orofaringei siano esperiti dalla stessa rete Influnet che rileva i casi di influenza, e per quanto insomma la sorveglianza virologica (controllo dei campioni orofaringei) risponda alle stesse autorità sanitarie che esplicano la sorveglianza epidemiologica (rilevazione dei casi di influenza), continua una sorda resistenza a riconoscere esplicitamente che l’influenza stagionale è responsabile di una netta minoranza di quelli che sono diagnosticati come casi di influenza. E che, di conseguenza, la strategia esclusivamente vaccinale fin qui seguita è non solo insufficiente, ma anche scarsamente efficace. Credere, infatti, che la somministrazione indiscriminata di un vaccino quando non ce n’è bisogno non faccia che aumentare le difese degli organismi è un’illusione. L’epidemiologia – i dati, i numeri –  dimostra che i vaccini funzionano (ma quelli antinfluenzali, essendo basati sulla tipizzazione dei virus della precedente stagione influenzale, decisamente molto meno) quando il loro uso è mirato a contrastare vere insorgenze e fasi epidemiche, perché quando si crede di allargarne alla cieca la somministrazione finiscono solo per indebolire le difese della popolazione contro i virus.

*Biografia

Roberto Volpi, statistico, ha diretto uffici pubblici di statistica prima di dedicarsi all’attività privata nella progettazione e realizzazione di sistemi informativi socio-sanitari ed epidemiologici. Ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, coordinato e diretto il Gruppo tecnico di programmazione che ha redatto il Piano strategico della città di Pisa.

Ha scritto, tra gli altri, Storia della popolazione italiana dall’Unità ai nostri giorni (1989), Figli d’Italia (1996), La fine della famiglia (2007), L’amara medicina (2008), Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente (2012), Dall’Aids a Ebola. Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione (2015).

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